Visualizzazione post con etichetta PerDiletto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PerDiletto. Mostra tutti i post

sabato 1 gennaio 2011

Douceur de vivre, oggi come ieri


“Discite quae faciem commendet cura, puellae
et quo sit vobis forma tuenda modo.
(…)
Prima sit in vobis morum tutela, puellae:
ingenio facies conciliante placet.
Certus amor morum est; formam populabitur aeta
et placitus rugis vultus aratus erit;
tempus erit, quo vos speculum vidisse pigebit
et veniet rugis altera causa dolor.
Sufficit et longum probitas perdurat in aevum,
perque suos annos hinc bene pendet amor”.*
P. OVIDIUS NASO, “MEDICAMINA FACIEI FEMINEAE”



Calice di vino rosso, acqua calda e bolle profumate, jazz nell'aria, lume di candela, peace and love.  Yes, I can.

Gli antichi Romani lo sapevano bene che a prendersi cura di noi stessi ci si guadagna. In bellezza, ma soprattutto in benessere psichico. E gli altri, per questo, ce ne saranno grati.

In antichità, dopo essersi abbondantemente affaticati e belli sudati, tappa obbligata, prima di cena, al calidarium. Ci si immergeva in una vasca di acqua calda, dove il corpo assorbiva tutta l’umidità dei vapori prodotti. Il tepidarium era il passaggio intermedio per giungere infine al frigidarium, nel quale,  lo dice la parola, la temperatura più fresca tonificava le membra donando al corpo un rinvigorimento generale, spesso rafforzato da piacevolissimi massaggi con oli e unguenti odorosi.

Théodore Chassériau, Tepidarium (1853)

Oggi abbondano le spa, in cui il nostro corpicino e la nostra mente, provati da una vita sociale sempre più intensa, possono  trovare ristoro.   Ma senza lambiccarci troppo nella ricerca di quella più adatta a noi – la più vicina, la più glam, la più economica, la più attrezzata, etc etc…-, anche nella nostra magione si può ricreare, in piccolo,  un angolo in cui gustarsi la dolcezza di vivere. Niente affollamenti, prezzo giusto, durata a piacere. Serenità assicurata.

E dopo la seduta di psicoterapia (lo è, a tutti gli effetti), una botta di cosmesi. Alcune raccomandazioni.


Eviterei improvvisazioni da profumieri tardo Impero: grasso di cigno, d’oca e struzzo presso gli Antichi andavano alla grande, ma loro sapevano anche come togliere il tanfo terrificante che questi grassi animali portano con sé quale leggera controindicazione.  Meglio degli ottimi sali da bagno, magari regalati da persone cui sta a cuore il nostro benessere.  La pelle profuma delicatamente, la sensazione di piacere aumenta..garantito.

Da stare alla larga anche dai cosmetici ottenuti con prodotti per la pittura: fondotinta a base di caolino, cinabro per il rosso, malachite per il verde, polvere di corno per le sopracciglia, ossidi di rame e ossidi di ferro, procuravano, sì, un trucco che rendeva il volto simile ad una bambola di porcellana, salvo, però, riportare intossicazioni ed avvelenamenti vari il giorno dopo. 


Occhio, infine, alle tentazioni in agguato dai barattoli di cucina: se è vero che una netta divisione tra aromi di cucina e profumazioni cosmetiche non esisteva nell’antica Roma, è vero altresì che per i poco esperti il rischio è di uscire di casa in odor di forno. Credetemi, parlo per esperienza: zafferano, salvia e alloro stanno meglio sul pollo.

Siamo pronte per il nostro vinum absinthiatum (l'aperitivo dei Romani, manco a dirlo).




*“Imparate, o donne, quali cure abbelliscano il volto, 
e in quale modo preservare la vostra bellezza.
(…)
Per prima cosa, o donne, curate il vostro carattere: 
se l’indole è gradevole piace anche l’aspetto. 
L’amore per il carattere è 
sicuro, la bellezza la devasteranno gli anni, 
e il volto un tempo attraente sarà solcato dalle rughe. 
Giorno verrà che vi sarà 
amaro guardare lo specchio, e il dolore sarà causa ulteriore di rughe. 
L’onestà è sufficiente e resiste a lungo nel tempo, e vi si 
fonda bene, per gli anni che dura, un amore”.

sabato 25 dicembre 2010

V(i)ola-te



Il vino tra le labbra, un bacio in una danza...bien sur tu pris quelques amants… bisogna pur che il corpo esulti. Ma il cuore è volato via lontano, solo.


Bien sûr tu pris quelques amants
Il fallait bien passer le temps
Il faut bien qu
e le corps exulte
Finalement finalement
Il nous fallut bien du talent
Pour être vieux sans être adultes
"La chanson des vieux amants" (1967), Jacques Brel



Ri - cor-dare, ridare al cuore, serbare un senso.
…incorniciata di viola, un’amante scellerata, bagnata di violaceo vino e di lui.
Antica tentazione,  piccolo pomo rosso, scorre su labbra piccanti di impronunciabili parole. Straboccante peperoncino. Eva non trema. E-va. Viola vergogna, affetti alla gogna. Mutande sulla testa, corsetti sul cuore. Mulini a vento nella mente – che ribolle, insistente. Sulla punta della lingua – che erra, ebbra e irriducibile. Parole ubriache, parole vaiolate …chi sei… Sconosciuti. Sconciati. Scassati. Noi. Le emozioni. Violentemente. Beffe di fantasmi birboni, ritornanti amori. Sorrisi  anelanti, passi scivolanti.  Travestiti da morbide carezze prepotenti intrusioni: consumati copioni.  Depone gli occhi di scorta, per sentire meglio. Dai fogli sparsi, Cassandra vede l’oltre: sul verso il suo rovescio.  Impennate di note, voci roche. Perplesse ritrosie, s-tentate anestesie. Provocanti schiene curve. Su di me. Sotto di lui. Archi di viola stonata, corde stuzzicate da dita imporporate. Chi dei due è finito nell’altro? Baci lambiti, occhi s-chiusi. Bocche affamate, bocche avvelenate. Dulcamara nell’aria, vertigine a terra.  Contraddizioni le autorivelazioni.  Violacciocca e incensi solleticano i sensi.  Fiumi di saliva tra dighe di labbra in piena. Grammatiche inadatte: reticenze coatte. Castighi di morsi, gemiti a sorsi. Dita incagliate tra capelli in secca. Delta di insinuanti lingue tra le pieghe del collo. Pulsazioni, contrazioni.  Trappole di elastici per mani che stuzzicano insolenti. Giostra di occhi, no, non è il vino. Sfacciata, dietro la maschera sbrindellata.  Spettacolo per voce sola e unico spettatore. Ruoli rovesciati, corpi ribaltati.  Spettacolo per sola spettatrice. Genuflessione pericolante, pericolata orante. Tremate, tremate, le streghe son… arse e riarse. Ma qui, stanotte, volano, sono riapparse. Simmetriche aderenze, in-differenze. Frenetici inguini...chiasmi di corpi, come bolle di sapone, si schiantano al contatto. A memoria, lividi viola  raccontano la storia.  Ricompensa per i sensi: lunata pelle liscia e imperlante buccia fragrante. Ma il cuore duole, non si rabbonisce...s’infittisce, mi stordisce.   Impazienza: striminzite volontà, strategiche parole. Soggetti ellittici – complementi - predicati enclitici.  Ridondanza e detractio. Scivola, scivola via tutto, anche le reiette righe  colorate da sguscianti guaine viola. Pippicalzelunghe sorride impertinente, il reggicalze nel bucato svolazza eminente. Giallo, rosso,  arancio, viola. Viola, viola, viola, viola. Quattro volte viola. Quattro testimoni di pietra per anime viola-te.  Lui. Me. Te. Insostenibile leggerezza.  Insetti ronzanti nella testa e sullo schermo. Strappami stremata allo stridore del giorno… coprimi di stropicciate coperte…rintocchi di campana, una ninnananna lontana …e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d’amore di viola: ma tu chinati gli occhi di viola, tu ad un ignoto cielo notturno che avevi rapito una melodia di carezze… Sconcio la tua faccia: sovrapposizioni. Altri sorrisi sudati, supposizioni. Lingua biascicante, scomoda-mente s-con-fusa-‘n-te. Aria respinta, l’abbraccio, spalancato su inattesi occhi di bambino. Zuppa di verde menta in  chaud chOcOlat. Sibilo e voluttà di vocali… due praline di cioccolato per anime vola-te. Lui. Me. Te.  99% cacao, il resto è burro. Sufficiente a riconciliare tutto l’amaro. 


Renè Magritte, "Les amants" (1928)


A’ rebours: stralunata calda notte d’estate, danze scostumate. Giochi indecenti e rissosi.   Incombente il presentimento di accovacciati sguardi addosso. La carne reclama.  Ma il cuore non picchia. Protesta. Maledice. Altalena di voglie, di fughe. Notte altrove, altrui braccia. Sipario di palpebre.
Recidiva replica. Una notte. Solo una. Intensa e insensata.
Recidiva recide e va.

sabato 18 dicembre 2010

Era di venerdì 17: quattro passi tra le vigne

"Oh, quest'occhio ebbro
che in questi stessi luoghi va errando
e su di noi insieme posa
talvolta lo sguardo e si stupisce".
P. Celan, "La china", in "Di soglia in soglia" (1955)



Si dice che a camminare si ridisegnino i contorni. Una passeggiata tra le vigne innevate dalla tormenta di venerdì 17 è sì qualcosa di diverso dall'esplorazione coraggiosa di terre incontaminate, e neppure è assimilabile all'arrampicarsi impavido su cime tempestose.  Rimane la cattura  volitiva di un frammento di tempo, il racconto di un fermo-immagine che  restuituisce ai sensi una natura in divenire, che si rinnova nei cicli stagionali. E l'uomo con lei.




Passo dopo passo, perdogiorno.
L'aria tersa svela, sotto l'apparenza, la sostanza delle cose.  Assorta e distratta, mi godo in solitudine l'istante.  E, in segreto, raggiungo te.


Tutt'intorno la neve illumina di candore i particolari.  Oltre il giardino fatato, ma artificiale, mi gusto la meraviglia della natura che muore e rinasce. Accordo il battito all'incedere. E  t'incontro sul cammino. La vigna, una galleria di specchi riflessi. Rimandano me, rimandano te.
Lunghi sentieri, impervi d'incantamenta e prodighi d' abbracci vitali, aspettano noi.


 
  Incantamenta


 Abbracci vitali


Mi stipusci ancora una volta. Come un pilota d'aliante, ti stacchi dal suolo e ti consegni ai venti.  Ti muti in quel pettirosso che solca le nuvole basse sopra la vite. Inerme, non ha paura. E' padre di se stesso.




Che fortuna, di venerdì 17 nevica.  Mentre la neve non sa coprire tutta la città, io imparo ad amarti un po' di più. Passo dopo passo.

"I Learned to love you
For what you would allow.
I grew to love you
We would work it out somehow.
Oh to love you,
Every crack and hopeless stain.
I still loved you
When you went missing once again, yes I did,
I still loved you when you went missing again".
Sarah Jane Morris, I learned to love you 

 

sabato 11 dicembre 2010

Et la lune finissait ivre


"E' il richiamo dell'uva che ci ruba il sonno..."
da Il profumo del mosto selvatico (1995)



Ci sono notti in cui si ulula alla luna.

Dopo una cena succulenta in cui si è irrimediabilmente scambiato  il vino per l’acqua di fonte – ahinoi, la natura non ci ha dotati neppure di una tenuta di ferro -, il nettare degli dèi, invece di farci sperimentare l’estasi, suggerisce di avvolgerci nelle spire di lenzuola stropicciate e calducce. Peccato che, in tanto soave sprofondare, si rischi - pericolo minore in questa notte tutt’altro che mistica -, il soffocamento. 

E’ il vigore della natura, pensi, mentre il soffitto balla una lambada.  Quello stesso vigore che a tavola ti ha regalato il riso ed un allegro sragionamento. Condividi le tue gioie e le confidenze più tenere con i commensali, amici compassionevoli, mentre il calice si svuota e si riempie di bollicine, bianchi frizzantini, rossi corposi. I distillati ti danno il colpo di grazia. Hai esagerato con la sublime, ma delicata, arte degli abbinamenti, ormai è  chiaro. E tu continui a ridere, ridere, ridere, gli occhi liquidi di pianto, poi torni a ridere. Riporti alla memoria i volti di persone care, che l’aureo fiotto del grappolo ha evocato quali birboni spiriti benigni. Una leggera ebbrezza continua ad accompagnarti mentre, con abbracci sbracati, saluti gli ospiti sulla soglia.   Ti casca l’occhio, offuscato da quei due chiletti di mascara che a quest' ora t'hanno ridotta la controfigura di un pagliaccio del Circo Orfei, sulla pila dei piatti, e decidi su due piedi traballanti: ora non ce la posso fare.  Domani è un altro giorno, si vedrà. Occupiamoci intanto di raggiungere incolumi il talamo.  Arranchi sulle scale neanche fossero  piramidi maya e, strisciando, ti aggrappi  a quel candido baldacchino svolazzante che dovrebbe avere ben altra funzione. Con la leggerezza e l'eleganza del clown di cui sopra, ancora vestita di tutto punto perché quei deliziosi,  minuscoli e maledetti bottoncini che costellano la tua schiena non si possono proprio affrontare, ti tuffi di testa sul cuscino e parte la giostra: qualcuno fermi la stanza. O mi pratichi un esorcismo.  Orfeo, liberami dall'angoscia.

Edvard Munch - Il giorno dopo - 1894-5, Nasjonal Galleriet, Oslo

Finalmente, arresa, sentenzi:  che la notte sia il sole. Ed intingi la penna nel vino.



sabato 4 dicembre 2010

Bevi e sii felice: il gioco del m’ama, non m’ama




“Bevi e sii felice: cosa sarà domani,
cosa sarà il futuro, non si sa.
Non correre, non ti stancare, godi
per quanto t’è possibile, non essere egoista,
mangia, e poi non ti dimenticare
che sei un uomo: tra vivere e non vivere
non c’è proprio nessuna differenza. Tutte le vite
sono fatte così: sono soltanto
un equilibrio instabile.
(…)”
Da “Vino e poesia. Centocinquanta epigrammi greci sul vino”, a cura di Simone Beta, Edizioni La vita felice


Agilità, precisione, abilità, questo l’amore al tempo dei Greci.

Un gioco, il cottabo, a sancire il legame profondo, frequentatissimo in letteratura, tra Afrodite e Bacco, dèi dall’equilibrio eminentemente instabile.  Tocco d’artista trovarne il baricentro.




L’ambientazione:  banchetti e terme, dove l’atmosfera si faceva subito bollente.  Le regole di questo ludico oracolo degli amanti: si lanciava il vino in un vaso di bronzo o in minuti recipienti d’argilla galleggianti su una coppa piena d’acqua.  Si puntava il bersaglio e si affondava, o, quantomeno, si tentava. Con il passare del tempo, le regole di questo gioco, importato dalla Sicilia nel VI secolo a.C.., si fecero più sofisticate: le gocce di vino dovevano colpire un vassoio sospeso sulla sommità di un’asta. Considerato il tasso di alcool raggiunto dai convitati durante queste allegre libagioni, l’operazione si faceva oltremodo complicata. Centrato miracolosamente il vassoio, si poteva essere certi dell’amore del compagno cui il lancio era stato dedicato.  In premio per questo vetusto “m’ama, non m’ama”, un bacio appassionato.

Nulla è cambiato dall’amore al tempo dei Greci…siamo ancora funamboli ubriachi in preda alle contraddizioni. Il baro e il croupier, in questo gioco avvincente dove chi lancia lo fa ad occhi chiusi, spalle al bersaglio, mirando col cuore.  Un vero gioco d'azzardo. 



“(…) era indispensabile capire bene il gioco (...) perché sebbene ne avessi sempre studiato le regole con tanta avidità, non avevo capito assolutamente nulla della stessa organizzazione del gioco fino a quando non  l’ho visto con i miei occhi”.
“E’ vero che soltanto uno su cento vince, ma che me ne importava?”
(“Il giocatore” di Fëdor Dostoevskij)




sabato 27 novembre 2010

Chi t'ha nutrito, vite selvatica?


C'è un più che mai suggestivo libro, dell'indimenticato Piero Camporesi, che accompagna, da sempre, le mie notti insonni. 
Grande italianista, Camporesi è autore, tra gli altri testi che hanno contribuito alla formazione di tanti di noi, di "La maschera di Bertoldo",  ricostruzione affascinante di questa figura "plurigozzuta" che è lo spirito silvano e godereccio dello "strambo, pazzesco, astuto" villano.

Correva l'anno 1985 e Garzanti pubblicava "Le officine dei sensi", questo il mio viatico verso l'alba. 

Nel capitolo "Il geroglifico delle voluttà" - irresistibile già dal titolo -, si legge di congegni vitali e sensibili, dotati di sentimento, di anima vegetativa e sensitiva, non solo di senso ma di ragione (...), creture perfino passionali, (...) ritenute capaci di odi e di amori, di repulsioni e di attrazioni, portate all'amore, sensibili all'amicizia, alle tenerezze...

In Toscana, capita ancora oggi di incontrare tracce superstiti del’antico metodo della vite maritata. 

Nelle nostre campagne, in epoca mezzadrile, era in uso il metodo dell’ ”alberata”.  Si trattava di un sistema basato su vitigni “maritati” a sostegni arborei, quali che fossero, definiti comunque "omo", l'uomo. All’acero campestre, il frassino, il pioppo, l’olmo, il gelso, l’olivo e persino ad alberi da frutto si abbracciava la vite. 


 
"Tra valli fiorite, dove all'ulivo s'abbraccia la vite..."
Da "Il sogno di Maria" di Fabrizio De André
 


Il metodo della vite maritata, “che tanto abbelliva e rendeva vago il paese nostro” (Cosimo Ridolfi, Lezioni orali di agraria, Firenze, 1858), assicurava, nonostante la promiscuità delle culture, una qualità eccellente del vino. 

La natura, nella cultura contadina, era  antropomorfizzata...invocava il vento per essere accarezzata, amata, ingravidata, conservata viva e vitale.  
E (...) il coltivatore doveva tener conto dei (...) bisogni sentimentali, del profondo, vaneggiante desiderio d'affetto, e d'unione.  Delle piante.

Un trattato del Cinquecento, citato da Camporesi, e magnifico nella sua lingua fermentante, racconta bene di questa affezione tra piante innamorative. Il contadino si scoprirà indispensabile messaggero d'amore...porterà i baci e gli abbracci, e la pianta, a queste carezze, comincerà a rallegrarsi e a rizzar le foglie.  Peroché a questa foggia si mitiga la forza d' amore, ed ella diventando bella, produce suavissimi frutti.


Cercate nei campi la vitalba. Vedrete che s'abbraccia  malinconicamente all'ulivo. Ma, lo sappiamo bene, la vite selvatica non dà frutti. Perchè non c'è pianta che, abbandonata, non si faccia sterile. 





Dedicata a Laura. E a Bianca, che sta per nascere al colore del vento.


sabato 20 novembre 2010

Wine on the road. Per forza, e/o per amore...



...o di come rivoluzionare la tabella di marcia della vacanza  tanto attesa - e programmata sin nei minimi dettagli - e trascinare, letteralmente, i vostri compagni verso mete impreviste. Divinobagnate. Per forza, e/o per amore.


Non siamo nuove a queste imprese, dobbiamo ammetterlo.  Però potremmo anche visitarla Mendoza, è così buono il Malbec argentino e poi le Pampas… giusto quei mille chilometri in più che non scomodano a nessuno (nb: Mendoza è a quattordici ore di auto da Buenos Aires, praticamente...in Cile!).  O come quella volta che, nel  bel mezzo di un riposante e romantico finesettimana a Ile de Ré, in Poitou-Charentes,  hai preteso – sic, pena una crisi d’isteria senza fine e senza rimedio – che ci si spostasse immediatamente a Cognac per una visitina -  toccata e fuga, hai avuto pure il coraggio di miagolare - al Castello di Otard. Insomma, quando le donne s’impuntano, non ce n’è per nessuno.
Il malcapitato di turno, prima, ti guarda con un sorriso prudente, sperando (tu) lo stia facendo un po' per celia. E  (lui) un po'  per non morir. Minacci: Un bel dì vedremo...Dunque, capisce definitivamente che d’ironia non c’è  traccia. Col terrore dipinto in faccia, avverte la sensazione netta ed inconfondibile che, in caso di diniego, la vacanza sarà compromessa. Irrimediabilmente. Macché piccina e mogliettina, olezzo di verbena! Qui spirano venti di guerra. Madama Butterfly, senza dar risposta, se ne starà nascosta.  Almeno fino alla prima cantina sulla strada. Musi lunghi e silenzi di gelo s’affacciano all’orizzonte. Bene, visto che abbiamo raggiunto serenamente e all'unanimità  questa pacifica conclusione, allora partiamo. A steel guitar and a glass of wine...trallallà trallallà...e sul tuo volto, all’improvviso, spunta il sole. Su quello del nostro  compagno - ormai, solo di viaggio -, un grande punto interrogativo. E una punta di mesta rassegnazione.


Agosto 2010. Baia di San Francisco, Pier 39: indolenti leoni marini sono stesi al solicchio e The Rock  si staglia nel blu del Pacifico.  Nella brezza marina che ci accarezza le guance al tramonto, ci godiamo un paffuto granchio Dungeness in uno di quei deliziosi ristorantini del porto tirati su dai pescatori genovesi che da inizio secolo si sono trasferiti qua.  Tutto fila liscio. Guardi incantata il tuo ignaro  compagno, tanto adorabile nonostante quel ridicolo bavaglione che gli hanno imposto per gustarsi in piena libertà il crostaceo dolcissimo che vi state divorando senza ritegno. Se non è amore questo…. Vino? La cristallina richiesta del patron del ristorante, omino risoluto e dalla gentilezza squisita, ti riporta bruscamente alla realtà e fa lampeggiare di lucida follia gli occhi, i tuoi. America + vino… Napa Valley! Parte il trip. Lui però è titubante. Azzardi, scommettendo sul suo intuito: Dai, che è di strada…(intanto, per scrupolo, è già pronto il piano B: il pippone  stracciapazienza anche ai Santi è in agguato). Di lì a due ore, scarse, siamo sulle rotte di Calistoga, Napa Valley Nord. Decisione presa serenamente e all'unanimità, va da sé.

PS: E' anche per questo che lo amo, per la sua perspicacia. Ha capito subito che non avrebbe avuto scampo. 
Cin cin!


sabato 13 novembre 2010

Afinidad. Gotan y champán




“Es medianoche, el cabaret despierta, muchas mujeres, flores y champàn. Va a comenzar la eterna y triste fiesta de los que viven al ritmo de un gotan”.*
"Acquaforte", 1930, Juan Carlos Marambio Catàn, Horacio Pettorossi





Il tango, metafora della coppia, condensa affinità e differenze. Lui propone e va avanti, lei si abbandona e indietreggia, in perfetta sincronia. Un ballo da talamo, absolutely.  Tanto complesso ed in equilibrio instabile quanto lo sono le relazioni.  

Passione, tradimento e nostalgia i grandi motivi di questo pensiero triste che si balla.




Tre minuti, di religioso silenzio,  guancia contro guancia. Si segue la musica, senza pensare. Un alternarsi ininterrotto di muscoli tesi e languori, allacci e abbandoni, dondolii e attese. Uomo e donna conquistano di continuo lo spazio dell’altro, fermando e spostando il piede. Incastri di gambe si sciolgono come per magia. Ci si attira e ci si respinge.  Il distacco è necessario per poter fare altre figure, ma dopo si torna dritti dritti all’abbraccio.
Piedi ben piantati a terra, lasciarsi portare, la regola per la donna. Sicura si sé, elabora ciò che l’uomo offre con decisione e si restituisce alla “marca” con creatività. E il corpo vola. 



 

“Rara, como encendida, te hallé bebiendo, linda y fatal.
Bebìas, y en el fragor del champàn loca reìas, por no llorar”.**
“Los mareados”, parole di Domingo Enrique Cadìcamo; musica di Juan Carlos Cobìan, 1942


Alcool e amore  tormentato, uno degli abbinamenti più frequentati dal tango.  Tacchi a spillo di una donna seducente e perfida  si arrampicano, olimpici, lungo inquiete gambe maschili, che per lei rubano, tradiscono, si battono.  Lui al caffè, a raccontarsi agli amici, sigaretta alla mano e davanti una bottiglia. Rimpiange la donna che implorava di non lasciarla per un’altra e che ora, per punizione, domina tutti i suoi i pensieri. 


Hanno melodie  intramontabili e testi pieni di poesia i cult del tango-canzone.  E lo champagne vi scorre  a fiumi, in questa città cantata patria del tango, incredibilmente bella e intensa, fatta di  chiari e di scuri, di giorni luminosi e notti fuggevoli. Come le bollicine,  protette nel vetro solido e scuro affinché si aprano, in piena tranquillità, in tutta la loro effervescenza. Da consumarsi tra la mancanza e la pienezza, le bollicine, così simili al corpo umano teso nell’armonia della danza. E alle alterne vicende nelle storie d’amore.






Qui se volete prendere qualche lezione di tango…


 
 Gotan Project, Diferente





*E’ mezzanotte, il cabaret si sveglia, molte le donne, i fiori, lo champagne. Sta per cominciare l'eterna e triste festa di coloro che vivono al ritmo di un tango".

**Rara, sembravi accesa, ti trovai bevendo
Bella e fatale.
Bevevi,
e nell’effetto dello champagne
bevevi come una pazza, per non piangere.



sabato 6 novembre 2010

Drink me





“Coroniamo di mirto la chioma: quante lettere abbiamo nel nome, votiamo tanti calici alla bellezza d'Egloge!”
Da NERONE, Targioni Tozzetti


Siamo come vini da bersi al momento giusto. Ma dobbiamo trovare un bicchiere che ci contenga, ci accolga. E un abbinamento che  ci esalti.

Facciamo un gioco.  A chaque vin son verre, ad ogni donna il suo vino, ad ogni vino il suo piatto.


Lady Bonsoir:  Vernaccia di San Gimignano. Simbolo della fierezza territoriale, è citata negli archivi della turrita cittadina valdelsana  già dal 1276. In cuor suo parla  vernacolo, anche  se la dizione è impeccabile, pronta per essere esportata inognidove. Corpo slanciato, pelle liscia e candida, vivacità beverina, qualcuno ha tentato di appesantirla imprigionandola in doghe di legno. Ma a noi piace così, ferma, genuina, casual ma non troppo.

Lady Demi-Sec:  brilla&bolle. Ça va sans dire, è una cuvée di Chardonnay e Pinot Noir, da uve elaborate con metodo Classico. Sebbene la spremitura sia stata tutt’altro che  soffice e progressiva, la parte migliore del succo si è conservata. E la seconda fermentazione in bottiglia l’ha magnificata.  La veste leggiadra nasconde un gusto persistente e raffinato.

Madame La Cousiniere: uva a buccia chiara, ha l’amabilità dei vini da dessert. E’ una Malvasia Bianca del Chianti, capace di regalare, col suo mosto fiore abbracciato a quello del Trebbiano, un Vin Santo di forte longevità e dolcezza aranciata. E’ il vino del benvenuto, quando, nel suo nido, accoglie orde di magnamagna accorsi a gustare i suoi manicaretti.   

Madame Bon Appetit: chiara, fresca e dolce.  Però l’acqua non fa per lei.  Nei rovi aggrovigliati trovi. La  mora. La violetta. I frutti di bosco. Il mirtillo. Profuma di vino. Ha il rosso rubino del Lambrusco, spumeggiante di porpora.   E’ morbida, ma il salino in zucca non le difetta: la sua semplicità fragrante, mai stucchevole, avvolge tutti col suo frizzo di compagnia.

Madame Gourmadise: indomita strappaturaccioli, richiama la beva. Un Merlot, scuro scuro, morbido morbido. Viso color latte e vino, seduce subito col suo aroma succulento di prugna. La sua acidità è minima, il tannino non punge. Si lascia bere, piena e franca, ilare e schietta.  Le spezie dolci si amalgamano, a puntino, al balsamico. E’ Bolgheri.

PerDiletto: una nonna fiascaia e un bisnonno che amava cantare a sciacquagola (sic!)  "Libiam nei lieti calici"...sarà per caso un Sangiovese? Di certo, dal vino traviata.



  
Abbinamenti: mission impossible?!



sabato 30 ottobre 2010

Alziamo le celate


Puro y duro è demodé. 
Il machismo, con codicilli variamente conditi di celolunghismo e celodurismo, è in picchiata. Agonizza, irrimediabilmente. Almeno presso le donne di oggi. Ma qualcuno non si rassegna. E ne tenta la rianimazione, in una sorta di ostinazione meccanica di bergsoniana memoria. Ma, si sa, il gioco del diavolo a molla scatena il riso. 



Lungi dall’essere scomparso, il mito del macho si è semplicemente fatto più discreto, meno esibito, sottile.  Ma altrettanto velenoso, mefitico. Per le donne, certo, che in molti angoli del mondo subiscono ancora una posizione drammaticamente subalterna fatta di abusi ed esclusioni, ma anche per gli uomini, che restano imprigionati in modelli culturali che pregiudicano loro un incontro paritario, e gioioso, con l’altra metà del cielo.

Il maschilista non è un misogino. Ama le donne. Tutte. Purché stiano al posto loro. 

Atteggiamenti squalificanti ribadiscono la polarizzazione dei due sessi non in termini di complementarietà,  bensì di opposizione. Tu cucini, pulisci casa, allevi figli; io lavoro, guido l’auto, penso alle bollette. Prendo decisioni, quelle importanti. Tipo, quale vino bere. Due persone a metà, assurdamente dipendenti l’uno dall’altro, ancora oggi che i tempi impongono elasticità di vedute e comportamenti.
Vite segregate in ruoli ben definiti sin dall’infanzia ci conducono, oltretutto, ad alimentare relazioni fatte di continui quiproquo nucleari e nonsense, talvolta, esilaranti.


Ci sono uomini meravigliosi che con le loro compagne si  confrontano, posano la corazza, si svelano, cercano e danno amicizia. L'ultimo, però, è stato avvistato sulla Luna. In cerca del senno, giurano certi beninformati dal tono metallico.


Sulla responsabilità di mamme, nonne, zie, sorelle, nell'aver cresciuto amorevolmente maschietti puri e duri con costanti operazioni di taglio e cucito degne delle migliori sartine francesi d'inizio Novecento, poi, stendiamo un velo pietoso...

Ma siamo proprio siamo sicuri che gli uomini provengono da Marte e le donne da Venere?!
 



Uomini. Sediamo da secolo in gruppo intorno ad un tavolo - non importa se rotondo o quadrato - impartendo il comando cui la nostra funzione ci abilita, distribuendo il potere che il nostro ruolo ci assegna. Anche fra amici indossiamo corazza: i momenti più intimi della nostra conversazione passano tra celate accuratamente abbassate. Le nostre mani sono chele in riposo. Gli orgogliosi sanno fare tutto questo con dignità e fierezza, i vili lo ostentano codardamente per incuter timore: ma gli uni e gli altri stanno diritti soltanto perché c’è una corazza a sostenere il filo della schiena o una spada a cui appoggiare il fianco stanco. Il nostro volto, il nostro corpo sono pur là, dietro quelle biancheggianti, livide spoglie. Ma non oseremmo pensare di rinunciare al nostro circolo e alle sue leggi neanche se ci fosse promessa in cambio una libertà sconfinata, una gioia senza pari. Sediamo, intenti a noi stessi, alla nostra forma, al nostro decoro, al nostro eroismo, alla nostra dignità: al nostro essere   per  sé, custodito da un simulacro d’acciaio e da una maschera di ferro. Intorno a noi ci sono soltanto o subalterni o buffoni:e tra essi mettiamo le donne, alle quali per giunta presumiamo d piacere ostentando le virtù cavalleresche, ossia tutto ciò che più ci allontana da loro. A forza di tenere il corpo in armatura, ne risultiamo un poco rattrappiti, le giunture scricchiolano e nel muovere ci procurano dolore. Talvolta ci sorge il sospetto che il nostro sacrificio, offerto a divinità tanto astratte tanto crudeli come quelle che compongono la religione dell’ascetismo guerriero, sia scontato ed inutile, e persino oggi un poco patetico: ed aspiriamo ad uscire da qualche crepa della vecchia armatura, a scivolare furtivi sotto quel tavolo, per guadagnare la porta della riunione e uscire a respirare aria pura. Ma appena fissiamo lo sguardo nello sguardo degli altri compagni, attraverso la fessura della celata, che taglia il nostro occhio molteplice riducendolo al filo diritto di una lama, e vi scorgiamo la nostra stessa disperazione, la nostra prigionia, il nostro dolore, il nostro stesso smisurato orgoglio, il nostro disprezzo per tutti gli estranei alla cerchia – non appena sguardo con sguardo di nuovo s’ incatena, subito il desiderio di libertà, l’ansia di gioia ci abbandonano -, e scopriamo che non potremo mai lasciarli. Amiamo in loro, e al tempo stesso odiamo, l’orgogliosa povertà, la sprezzante solitudine. Non c’è bisogno di un re per essere eletti: meglio ancora se i cavalieri si sono scelti fra loro; l’aristocrazia è più grande e invincibile quand’è senza principio. Il modello arturiano può fare a meno di Artù: purché Artù  sia entrato nelle coscienze di tutti. L’unico passo in avanti nella cultura degli uomini da due millenni a questa parte è stato, infatti, la soppressione del re: ma questa soppressione non ha cancellato il circolo, se mai lo ha rafforzato, liberandolo dalla maglia più debole. Sono secoli che gli esseri umani maschili vivono così; e con questo modo di vita affonderanno.  

Alberto Asor Rosa, Da "L'ultimo paradosso"