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domenica 9 gennaio 2011

La Befana

La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte con le toppe alla sottana: viva, viva la befana.
Una brutta ma simpatica vecchietta che nella notte dell’Epifania arriva a cavallo di una scopa con in spalla una gerla piena di dolci e di regali.

Lei, la Befana, non si è fatta corrompere dall’era della tecnologia e si presenta ai bambini come vuole la tradizione: abitino nero logoro, grembiule rattoppato sporco di fuliggine, calze colorate e spaiate, scialle di lana per riparasi dal freddo e l’immancabile “pezzola” in testa.
Un po’arcigna ma in fondo buona arriva sempre piena di doni.

Sono i bambini ad invitarla nelle proprie case attaccando calze vuote al camino e trovandole la mattina dopo stracolme di chicchi golosi.

Sempre più stanca, un po’ tentennante vista l’età, arriva silenziosa calandosi dal camino per premiare i bambini più buoni ma anche quelli che lo sono stati meno.
Ormai anche il carbone destinato ai più disubbidienti si è trasformato in dolci blocchi di zucchero colorato.
La festa della Befana sa donare una grande gioia che non manca di coinvolgere grandi e piccini che in tanti modi diversi si apprestano ad accoglierla.


Anch’io ero pronta a ricevere un po’ di delizie…ma purtroppo anche quest’anno, scopa in mano, mi è toccato il ruolo della vecchia, si fa per dire, nonnina. I miei regali però sono stati altri.... 

    

lunedì 3 gennaio 2011

Un limite chiamato Shining. Sempre di lunedì.

Hai presente quei giorni in cui ti senti particolarmente intollerante? Quando ti svegli la mattina e anziché sbadigliare grugnisci? Si, ecco uno di quei giorni. E’ un classico di lunedì. Sai benissimo che sarà una pessima giornata e che la miglior soluzione sarebbe quella di prendere un volo per il Brasile…ma purtroppo devi andare a lavorare.

Speri di non incontrare nessuno sul tuo cammino, giusto per non emettere neppure un suono, anche il tuo respiro ti reca fastidio….e invece si scatena l’apocalisse di vicinato e conoscenti desiderosi di darti il “buon giorno” appena esci di casa. Ma perché non abito nel deserto?

Ecco che inizia lo scongiuro: no, non mi guardare, non mi sorridere, non salutarmi, non ti ho visto, fila via diritto…..e invece immancabilmente tutti hanno una gran voglia di parlarti salutandoti con grandi sorrisi. Ma poi che avete da sorridere, sembro Mortimer!
Sono venti anni che prendi il caffè nel solito posto proprio perché ormai sanno quello che vuoi e non hanno neppure bisogno di chiedertelo, ma guarda caso proprio oggi c’è un barista nuovo e ti tocca parlare se non vuoi passare il resto della giornata a sfidarlo ad occhiate nella speranza che legga nel pensiero “ ’affè, basso…zie”.
Via sia monta in macchina e per 10 minuti puoi goderti il silenzio più assoluto non fosse che poco dopo incontri il solito imbecille che buca lo stop e ti tocca pure imprecare contro di lui e la sua povera mamma, nonna e perfino zia tutte a gestire un bordello. Hai già esaurito quelle poche scorte di ossigeno che devi proprio mettercela tutta per darti un nuovo contegno incazzoso come pochi.
Entri in ufficio e mentre percorri quei tre corridoi speri infinitamente di non incappare in nessuno giusto la collega con al quale condividi la stanza per un frettoloso “ giorno…”.

Testa bassa, sempre più bassa, quasi tu voglia sparire nella scrivania….e il telefono squilla. Perché squilla, squilla di continuo, incessantemente….. “Pronto!....mmm…si…no…arrivederci”.
Perché tutti devono trafiggerti il cervello in continuazione. Oggi non è giornata e dovrebbero leggertelo a chiare lettere sul viso che non è cosa, ma si sa pur di perdersi in chiacchere si chiede inutilmente “ Che hai? – Dormito male? –Problemi?”. No, proprio non puoi farcela e devi attingere a quelle poche risorse di buon senso che avevi conservato dal giorno del tuo 12esimo compleanno. Dai, non è così difficile..e mentre cerchi di modulare la voce scegliendo le giuste parole neppure te puoi credere alle tue orecchie mentre ruggisci contro il malcapitato di turno.

Sconvolgente…saranno i primi sintomi della pazzia? Può essere, ma di sicuro ti aiutano a quella selezione naturale di cui hai tanto bisogno e finalmente nessuno ha più il coraggio di avvicinarti per tutta la giornata che passa, un po’ crudele, ma tutto sommato senza scocciature.
E’ una sorta di sopravvivenza, anche per gli altri visto che potresti ucciderli tutti e alla fine sei contenta di tornare a casa senza aver stragiato nessuno a parole. Un sollievo. Una benedizione.
Una conquista quotidiana che si esaurisce il lunedì sera sotto la doccia.              

domenica 26 dicembre 2010

Il cavatappi....la passione del collezionismo e l’arte di stappare una bottiglia

Tascabile, semplice, a meccanismo, a leva, antico, recente, figurativo e divertente: questo è il cavatappi.
E’ uno strumento a vite o a leva che serve per estrarre il tappo di sughero dalle bottiglie… niente di più semplice, questa infatti è la sua funzione ma numerosi artigiani si sono sbizzarriti nella creazione e nella decorazione di una serie impressionante di varianti che, oggi in particolare, fanno la gioia dei collezionisti.

Ne esistono tantissimi in commercio:  oltre ai cavatappi in metallo o altre leghe dalle forme più stravaganti, troviamo anche rari esemplari finemente lavorati, in oro e argento, oppure decorati con ceramiche, madreperle e pietre preziose. I più moderni poi sono particolarmente ingegnosi.

In questo mondo dunque si nasconde il fascino del cavatappi, ma dove nasce l’arte di stappare una bottiglia? Osserviamo i professionisti della “stappatura” come i sommeliers, i ristoratori, i camerieri o i cantinieri, l’arte nasce dalla loro abitudine a stappare tutti i giorni bottiglie di vino. Un abitudine che determina sicurezza, abilità e velocità senza incappare in spiacevoli inconvenienti come la rottura del tappo. Una serie di piccoli gesti che permettono di valorizzare la nostra bottiglia.
Intanto iniziamo col descrivere il cavatappi più funzionale, senza nulla togliere a quello classico a forma di campana con due leve- immancabile nelle nostre cucine-, ma il più adatto è sicuramente  quello costituito da un manico orizzontale, al centro del quale è inserita una spirale metallica, il cosiddetto verme, lunga circa sei centimetri che può essere dotata di una scanalatura centrale che permette una migliore presa del sughero. Ad un estremo si trova un braccio snodabile di metallo che serve per far leva sul collo della bottiglia, all’altro estremo troviamo un coltellino che serve per incidere e togliere la capsula che ricopre il tappo.


L’arte inizia proprio nel tagliare la capsula che deve essere incisa sotto il secondo anello che si trova sul collo, una incisione precisa permette di togliere la capsula in un solo colpo. Si inserisce il verme nel tappo avvitando la spirale e tenendo assolutamente ferma la bottiglia, cerchiamo di fare attenzione a non avvitare troppo: la punta della spirale potrebbe bucare il tappo dalla parte opposta e potrebbero cadere nel vino pezzetti di sughero. Una volta posizionato il braccio snodabile sul bordo del collo della bottiglia si fa leva senza inclinare la mano altrimenti il tappo potrebbe rompersi. Infine annusiamo il tappo e speriamo che non sappia di sughero…..       


Non rimane che girare per mercatini d'antiquariato, rigattieri, aste, che  permetteranno agli appassionati del vino e non  di trovare qualche pezzo antico e di valore, oppure da pochi spiccioli per iniziare una curiosa raccolta ed avvicinarsi all’arte della stappatura.

 

domenica 19 dicembre 2010

La neve: candida, soffice e …..dannata!

Atto I
Cade la neve.

Non è un’illusione. Cade veramente anche se non ci sei abituata. Scende piano piano, a piccoli fiocchi, e dopo un po’ il suo cadere è incessante, fitto. Il tempo di distrarti che appena guardi fuori dalla finestra tutto è bianco. Le auto, gli alberi della piazza, i vialetti.
Tutto è coperto da una soffice e candida neve. La meraviglia è sempre la stessa e la tentazione di scendere in strada per ammirare il paesaggio è forte ma ti accontenti di scattare due foto dal balcone. La vista è stupenda: colline ricoperte di bianco, un cielo plumbeo e un vento lieve che ti accarezza la faccia. Il tempo sta cambiando.
E’ divertente pensare al Natale imbiancato, entrare nell’atmosfera delle feste con questi cristalli di ghiaccio dalle forme geometriche. Una magia. Li osservi sulla mano mentre lentamente si sciolgono. E’ quasi ipnotico il loro candore e non smetteresti mai di ammirarli, così perfetti e completi.
Sul momento pensi solo al tepore dell’ufficio che ti accoglie. Le ultime carte da sistemare e poi a casa al calduccio ad accendere il camino e programmare la serata davanti alla tv.
Peccato che non hai fatto i conti col tuo lavoro e tutto questa sarà solo un lontano ricordo.

Atto II
La magia svanisce.

Un incubo. Quelle due carte presto si trasformano in decine di fogli mentre i colleghi ti salutano in fretta per paura di trovare traffico. Chi non ha le catene, chi ha i figli a scuola, chi la nonna dal dottore. Si, certo. Sei comprensiva. Del resto tu non hai figli, non hai la nonna dal dottore, non hai paura del traffico ma accidenti: non hai neppure le catene! Ti rassicurano che non c’è nessun problema e che scendere dal colle è ancora piuttosto semplice. Sono le 13.30 ed è necessario un giro di perlustrazione. Chi se ne frega se non hai le scarpe adatte, muori dal freddo e ogni due passi rischi di romperti l’osso del collo.
Alle 15.00 però il problema esiste: la viabilità si blocca, le strade vengono chiuse, le scuole anche. Ti giri intorno e ti accorgi che, stoicamente, sei rimasta sola. Ma niente paura: hai solo da pensare a te stessa e quindi puoi accamparti comodamente in ufficio fino a sera. I comfort non ti mancano: grissini, due cioccolatini avanzati da Pasqua e 1 litro d’acqua. Il necessario per sopravvivere mentre mandi via caterve di comunicati e rispondi inutilmente a decine e decine di telefonate.     

 Atto III
 Dannata nevicata.

Mentre lanci insulti a chiunque, di colpo, la tua mission: tornare a casa. Assolutamente.
E come se non bastasse raccomandarsi per un passaggio a valle, restare al ghiaccio per il solito furbo che si è intraversato con l’auto chiudendo qualsiasi varco, c’è pure chi ironicamente ti chiede se domani gli uffici resteranno chiusi. Se ci arrivi a domani.
E credimi, la prossima volta anche tu ti inventerai un nonno da andare a prendere ai giardinetti.
     

domenica 12 dicembre 2010

Regalatemi tutto….ma non un profumo!


Si avvicina il Natale e la pubblicità impazza. Tanti consigli per gli acquisti che ti inseguono ovunque…giornali, radio, tv e perfino il web.
Si propongono come la novità dell’anno e ogni tanto fanno centro, ma la maggior parte delle volte sono i soliti regali scontati, visti e rivisti.
Ma gli esperti della comunicazione e del marketing sanno come reinventarsi e spingerti verso quel prodotto piuttosto che l’altro.
Guardando la televisione mi sono fatta alcune idee, da scartare assolutamente. Vada per i soliti trucchi con tanto di trousse natalizie a forma di albero, palla e pupazzo di neve. Vada anche per gli elettrodomestici di cui le dispense sono piene. Vada anche per le splendide trapunte matrimoniali……. ma con i profumi hanno proprio raggiunto il top.
Prendi ad esempio J’Adore di Dior. Rammenti la reclame? Dagli effetti nefasti. Da sola, mentre ti muovi a passo svelto lungo un salone e, noncurante di quello che indossi, ti strappi tutto con la foga di una posseduta. Poi all’apice della pazzia ti immergi in una vasca piena di liquido color oro all’interno di uno storico palazzo romano completamente deserto  e dove sicuramente annegherai ma con la consapevolezza di essere profumata.
Altro esempio. Il profumo di Dolce e Gabbana. Anche in questo caso le conseguenze sono fatali. Reduce da una serata qualcuno ti osserva, ancora vestita di tutto punto, su un divanetto scomodo stile impero dal quale ti alzerai, forse… perché sembri tramortita, con un tremendo mal di schiena senza sapere chi ringraziare. Non certo lo splendido modello che poco prima ti è passato di fianco noncurante  della tua presenza ma intento a stropicciarsi lo smoking. Ma dai, ma che razza di mosconi attira questa essenza? Serial Killer? Se il buongiorno si vede dal mattino….

Per non parlare di “zippo”. L’hai usato solo per accendere sigarette e ora si scopre che può anche profumarti. Splendido. Un piccolo errore con l’accendino e potresti prendere fuoco in un attimo.
Ma la vetta la raggiungiamo con Prada Infusion d’Iris. Non solo devi letteralmente abbatterti al suolo per prendere la bottiglia, ma continuerai a rotolarti a terra, rigorosamente in abito da sera,  nel vano tentativo di dartene due gocce. Fantastico.
Perché, Giorgio Armani? Fai per prendere il profumo e ti ritrovi un uomo nell’armadio…anche troppo impegnativo per indossarlo tutti i santi giorni.
E “Le Male” di Gaultier? Cosa ci guadagni? Annusare un cuscino fino al soffocamento?
E Kate Moss per YSL? Bella consolazione rimanere con una rosa in mano dopo essersi tarantolati in una limousine nel centro di Parigi.

Con Versus sembri Linda Blair  e così via fino a spot estremi con il profumo intimo “vulva” …..mavvvvieniiii, torno ala classico deodorante Bac degli anni ’80 e vado sul sicuro.
 
          

domenica 5 dicembre 2010

Cimici, ghiri, topi e puzzole...non ne posso più!

Avvertenza: luoghi e persone sono puramente casuali ed è tutto frutto della mia fantasia.

Mentre la crisi divora il centro storico lasciando che i negozi abbassino le saracinesche, infuria un’altra guerra per il predominio del territorio.
Laddove la città non è più appetibile a commercianti e turisti pian piano si affacciano sul mercato famelici avventori.
Uno “strascico di ferite non sanate” e purulente richiama ingordi speculatori, pronti a lanciarsi  sul quel poco o molto, dipende dai punti di vista, che rimane dell’ormai morente e cadente centro storico.
Si sono spartiti tutto tanto che molti negozi chiudono mentre altri restano fermi nel tempo, inadeguati e fatiscenti.
Furibondi, dopo essersi accusati a vicenda, puntano il dito contro la politica chiedendo a gran voce quel tavolo di concertazione ricco di allettanti proposte pronte a sfamare una digiuna e ormai collassata città. 
Piatto ricco, mi ci ficco. Ecco che si fanno avanti, risvegliati dal crepitio, clienti che non disdegnano la  merceologia.
Le botteghe, i negozi, i magazzini e gli uffici, soprattutto il mio, si animano di quel turismo inaspettato.  Silenziosi e solitari si danno un gran da fare per riportare vita in città, un grido disperato raccolto da madre natura.  
Dopo le cimici, i ghiri in letargo, e una marea di topi ad invadere il centro è arrivata l’ora delle puzzole.


Si aggirano in Palazzo Comunale, stanziali al primo piano. Ancora nessuno le ha viste ma la discussione imperversa e il tanfo si sente.
Il Municipio olezza gridano dal centro, il bianco e nero non è più di moda urlano da basso. Chi le ha chiamate? Cosa cercano? Cosa vogliono?
Prima è toccato ai ghiri, placidi e pacifici che si nutrivano di alcuni incartamenti nel torpore delle bolle amministrative, poi ai topi con una micidiale derattizzazione. Ora sarà la volta delle puzzole.
Prima che il puzzo mi uccida, salvatemi.


domenica 28 novembre 2010

E io rinascerò…estetista a primavera

E finalmente arriva il momento in cui ti guardi allo specchio. Sembrano passati anni.
Nei giorni scorsi l’hai fatto: mattina e sera. Frettolosamente.
Ti sei lavata la faccia, crema, fondotinta un po’ di ombretto mascara e via. Di corsa.
Il freddo, la pioggia, il vento. Giusto un attimo davanti allo specchio per togliere quel fastidioso alone intorno agli occhi, aggiustarti i capelli e constatare se quel dannato prezzemolo ha deciso di stazionare per l’eternità tra i tuoi denti.
E ancora al galoppo a regalare sorrisi e discorsi come un cavallo pazzo.

Tra un buongiorno e una buonasera maledici quell’idea malsana che ti ha spinto a guadagnarti onestamente lo stipendio.
Tutto di fretta, per ore, giorni, settimane.
Poi, finalmente, arriva il momento in cui ti riapproprio di quel tempo, stra- maledetto, che ti è mancato.
Che colpevolmente hai deciso di non avere per dedicarti allo ristra-maledetto lavoro che si è trasformato in una ragione di vita.
Ti guardi, ti osservi e noti con disgusto che tutto è da rifare.
Ti tocchi la pelle, opaca. Sgrani gli occhi, gonfi e stanchi. Incurvi le sopracciglia, da sfoltire. Distendi il viso e noti una ruga in più. Giuri: ieri non c’era!

Ma per quanto tempo sei andata avanti così? Per quanti giorni ti sei trascurata senza accorgerti che avevi un viso in pieno decadimento? Come hai potuto permettere che gli altri vedessero  in te il gusto dell’orrido?

E i capelli? Appiccicati alla testa neanche avessi indossato un passamontagna.
Tutto da rifare. Guardi l’ora pensando che il tempo ti avanzi e invece se quelle cinque ore le vuoi dormire devi pure sbrigarti. Come al solito è tardi.
Eppure pensavi proprio di averla. Forse nel cassetto, nell’armadietto dietro ai cosmetici.
Quella crema che promette miracoli solo a guardarla. No, non la trovi.
In realtà non trovi niente che possa gridare al prodigio. Ma non ti arrendi. No, tu hai una dignità, una reputazione da difendere.
Domani si ricomincia e, anche se dovesse essere la tua ultima azione, l’intenzione è di essere perfetta.
Perfetta per chi. Per gli altri o per te stessa?


E se stai bene con te stessa stai bene anche con gli altri…e viceversa?
Banale? Il solito luogo comune?
Solo per il fatto di aver saltato una depilazione devi mettere in discussione il mondo?
Maledetto quel giorno…era meglio se facevi l’estetista.



 

domenica 21 novembre 2010

Messaggi culturali

Bianco, rosso, rosé o spumante il vino da sempre sottolinea momenti di convivialità e importanti ricorrenze.
Mi piace pensare ad un vino che immediatamente mi riconduce ad una serata particolare, un evento speciale.
Se poi la bottiglia contiene anche un messaggio culturale secondo me abbiamo raggiunto il massimo della comunicazione.
Ho scoperto con piacere il marchio identificativo di un territorio, io che da sempre sostengo che l’identità di un luogo si conosce attraverso la sua cultura enogastronomica.
Ho visto ed acquistato una bottiglia con etichetta in pelle.


L’etichetta riporta uno splendido logo con grifone ed è realizzata in pelle conciata al vegetale, un must del territorio del comprensorio del Cuoio, in provincia di Pisa.


Mi dicono a tiratura limitata, neanche 1000 bottiglie, una piccola collezione.


Mi sento di definire questa operazione una grande opera d’arte non solo per raccontare un evento e leggerne il messaggio culturale ma per promuovere un territorio che ha la cultura del vino nel proprio dna.

domenica 14 novembre 2010

Che ne sai....di San Miniato

San Miniato durante la Mostra Mercato del Tartufo bianco si trasforma.
Un brulicare di visitatori, migliaia, che seguono il profumo inebriante del tartufo.
Un laboratorio del gusto a cielo aperto dove puoi perderti e scoprire una infinità di prodotti tipici circondato dai colori autunnali del rosso e del giallo.
Un via vai di persone rapite da questo pregiato tubero che col suo aroma invade il centro storico e  si fonde e si confonde insieme ad un altro odore, potente, identificativo: la pelle.
E non si può rimanere indifferenti di fronte allo storico Palazzo Grifoni che ospita una tra le mostre più affascinanti della regione.
 “Sotto la pelle, la pelle sotto” è una riscoperta della produttività e dell’economia di un distretto che è riuscito negli anni a farsi conoscere  a distinguersi nel mondo.
Dalle finestre del piano terra, prospicenti la piazza pubblica, protette da inferriate, si intravede il nuovo “contenuto” del palazzo...sotto la pelle: una installazione artistica che attraverso i pori della  pelle architettonica dell’edificio rivela il contenuto esposto che si trova nei locali sottostanti........ la pelle sotto.
Allo stesso tempo un “segnale ostacolo” cromatico, una colonna di pelli colorate, protette in teche di plexiglass e da una gabbia metallica, collocata nella piazza in corrispondenza dell’ingresso alla mostra, richiama l’attenzione del visitatore, di colui che passeggiando per San Miniato si trova inaspettatamente nel ruolo di attore all’interno di questa scenografia.
Il secondo momento sensoriale é anticipato da una fase di percezione visiva che guida il visitatore lungo il percorso di ingresso, dove elementi quotidiani “fuori scala” lo conducono alle cantine del palazzo, all’interno delle quali si trova immerso in un ambiente che esalta le caratteristiche degli oggetti realizzati con l’impiego del materiale pelle.
Nelle  cantine la pelle diventa la principale protagonista della scena, rappresentata dai prodotti suoi derivati, invertendo il rapporto con il visitatore che ora si ritrova nel ruolo di spettatore: attraverso un filtro permeabile, realizzato in rete metallica, si suggerisce la possibilità del contatto con l’oggetto, in modo che ne possa essere capita la matericità, la consistenza, la duttilità: l’essenza del prodotto è percepibile in modo diretto.
Il progetto prevede una superficie neutra e omogenea bianca realizzata grazie la stesura di moquette sulla quale 49 monoliti, utilizzati come elementi espositivi, sono disposti secondo una maglia geometrica in modo da creare una percorrenza indifferenziata e libera da condizionamenti.
L’allestimento consiste in una serie di totem di tipologia diversa, realizzati in parte in legno laccato bianco, in parte in rete elettrosaldata maglia e in parte con combinazioni dei due materiali.
Gli elementi monolitici sono diversificati in altezza in funzione degli articoli che sono destinati ad esporre, i piani espositivi a vari livelli.
Un unicum che merita di essere visitato.

domenica 7 novembre 2010

La convivenza

A volte la convivenza è stressante.
Lo spazio non manca, ma ti ostini sempre ad entrare nella mia stanza.
Con quel tuo corpo ovoidale mi fissi come un comune mortale.
Una presenza petulante che sopprimerei ogni istante.
Per non parlare di quella tua saliva che lasci come una scia.
D’impulso vorrei mandarti altrove ma se ti spruzzo mi rispondi col puzzo.
Sei seccante soprattutto quando mi sfiori le gambe.  
Sarà cattiveria ma col tempo ho capito che sei miseria.
Un piccolo insetto repellente che schiaccerei con un fendente.
E non per fare poesia, ma cimice…ti prego…vattene via.

domenica 31 ottobre 2010

Cuscussata aspettando Halloween. Toc, toc....dolcetto o scherzetto?

Giorni frenetici. All’orizzonte l’evento più atteso del mese di ottobre, dedicato alla scoperta di nuovi sapori.
“Femmes à la faim” è andata in scena con “la cuscussata aspettando Halloween”.

Una serata marocchina piena di sorprese per le migliaia di papille gustative che non vedevano l’ora di sedersi alla ricca mensa. Fameliche buongustaie attratte dall’agro-alimentare e dalle produzioni tipiche extranazionali.
Non si crea l’evento e basta, si fa crescere l’interesse verso una cultura che poco conosciamo.
E se è vero che la tradizione di un popolo si impara anche attraverso il suo cibo la cuscussata ha saputo distinguersi per qualità e unicità.
Perché da sempre il cibo è uno degli elementi identitari di una cultura. I luoghi sono espressione di una comunità che nel nostro caso si è manifestata nel piatto in una fantastica esplosione di conoscenze.
Profumi, sapori ed emozioni che abbiamo ritrovato nel cous cous di Lidia e che per la prima volta è diventato l’assoluto protagonista del cibo di qualità.
Cous cous con una base di verdure e brodo, ma con tre carni diverse: pollo, vitello e agnello. Due tipi di condimento, uno più piccante l’atro accompagnato da uvetta, semplicemente delizioso. Il tutto accompagnato da tè alla menta. Ed eccoci tutte a tavola, con Lidia attenta a raccontarci le usanze marocchine.


E’ questo il vero confronto e arricchimento reciproco, tra cibo, cultura e territorio.
E in una sola sera ci siamo appropriate di molteplici culture spaziando dal Marocco all’America in occasione di Hallowen.



Il “dolcetto” di Madame Cousiniere ha fatto da preludio alla notte delle streghe. Un gioioso rincorrersi di colori e di sapori fruttati annaffiati da morbido cioccolato a racchiudere uno squisito pan di spagna in onore di “Femmes à la faim”.

Il simbolo di questa festa nelle mani di PerDiletto: la zucca, svuotata e intagliata come un volto.
Scherzetto, scherzetto, scherzetto.



giovedì 21 ottobre 2010

Il paesaggio delle dolci colline

Siamo sempre in viaggio.
Un cammino, senza interruzione e senza sosta.
Un viaggio che grazie al cielo ha la capacità di riscriversi con il mutare delle stagioni e con gli anni che passano.
Protagoniste sono sempre loro: le dolci colline del paesaggio toscano che mi appartengono per nascita e che spesso mi entrano nel cuore.  
Come una brava artigiana, precisa e attenta, cerco ogni volta di stabilire un dialogo con questi spazi e con la natura che rappresentano. Una natura tra il vivere e il sopravvivere.
Ogni volta mi spingo oltre, a recuperare i luoghi manchevoli di giudizi o strabordanti di nozioni di chi realmente li ha vissuti. L’importante è usare semplici parole, per raccontare di una natura a volta amica talvolta nemica.
Non è facile condividere queste colline che parlano di eventi piacevoli, divertenti oppure tragici. Il fatto è che alla fine diventi partecipe di una grande ricchezza che si chiama cultura.
E nonostante i cambiamenti queste dolci colline riescono a conservare la magia delle origini, è per questo che cammino.
Cammino per raccontare, perché raccontare è rivivere, riscoprire angoli incontaminati e rivedere finalmente quelle dolci colline.
Solo occhi inesperti, di chi guarda e non osserva, possono trascurare la bellezza di simili espressioni che ci circondano.
E’ un gioco: nemico a tratti, amico quando diventa esperienza, un intreccio straordinario di destini, di fatalità, di curiose coincidenze che ti fanno conoscere persone che ti cambiano la vita.